Con i prezzi dei carburanti alle stelle a causa del persistere della guerra tra Stati Uniti e Iran, in corso ormai da sei mesi, l’idea di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche sarà discussa a livello di ministri delle Finanze europei. A rivelarlo è la presidenza di turno irlandese del Consiglio dell’Unione europea, rispondendo alla richiesta estesa da Germania, Spagna, Portogallo, Italia, Polonia e Austria che nella lettera inviata lo scorso 22 agosto chiedevano di inserire la questione nell’agenda del prossimo vertice dei ministri Finanze, in programma a Dublino il 18 e 19 settembre. La posizione del Consiglio dell’UE giunge dopo che la Commissione ha precisato la competenza in materia fiscale è ancora nelle mani degli Stati, lasciando intendere la difficoltà di un’azione a livello comunitario.

“I governi di tutta Europa sono giustamente attenti agli sviluppi dei mercati energetici e al loro impatto sulle famiglie, sulle imprese e sull’economia in generale”, ha affermato un portavoce della presidenza irlandese, sottolineando che il Tánaiste, ovvero il vice primo ministro e ministro delle Finanze, Simon Harris, discuterà con i colleghi ministri europei il modo più appropriato per portare avanti le questioni sollevate nella loro lettera.  Tuttavia, secondo il portavoce, l’apertura a una discussione sul tema non significa automaticamente un suo inserimento nell’ordine del giorno, ma che Harris “discuterà con i suoi omologhi delle questioni contenute nella lettera”.

Da parte sua la Commissione UE ha ribadito martedì che la tassazione degli extraprofitti “rientra nelle competenze degli Stati membri”. Interrogato sul tema e sulla ricezione della lettera da parte dei 6 Paesi UE, il portavoce per la Coesione e le Riforme dell’esecutivo comunitario, Maciej Berestecki, ha ricordato che “gli Stati membri possono intervenire sulla base della propria legislazione nazionale, ma queste misure devono essere conformi al diritto europeo”. Secondo Berestecki “gli Stati membri possono quindi fare ricorso ai propri poteri fiscali nazionali per affrontare questioni legate all’equità sociale e ai costi e, in questo contesto, possono adottare misure di tassazione degli extraprofitti qualora lo desiderino”.

In base ai dati del Weekly Oil Bulletin della Commissione europea, dal 28 febbraio 2026, data di inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i prezzi dei carburanti alla pompa sono aumentati in tutti i sei Paesi UE firmatari della lettera sugli extraprofitti. Il rincaro è stato particolarmente marcato per il diesel, che a livello UE è passato da circa 1,55 euro al litro a circa 1,95 euro, con un aumento nell’ordine del 26%. Per la benzina, la media europea è salita da circa 1,55 a 1,81 euro al litro, pari a circa il 17%. Tra i sei Paesi, gli aumenti più forti del diesel si registrano in Austria e Germania, entrambi intorno al 31-32%, seguite da Spagna e Portogallo.

In Italia il diesel è aumentato di oltre il 22%, mentre la benzina di circa il 20%. Più contenuti gli incrementi in Polonia, dove i prezzi assoluti restano i più bassi del gruppo. La Germania presenta invece i livelli alla pompa più elevati tra i sei, con oltre 2,20 euro al litro sia per benzina sia per diesel. Il divario tra diesel e benzina riflette anche l’aumento dei margini di raffinazione e le tensioni sull’offerta di distillati medi.

Bruxelles risponde all’Italia sulla tassazione degli extraprofitti petroliferi: “è competenza degli Stati membri”

Sei approcci differenti

Seppur accomunati da un unico obiettivo, la posizione dei sei Paesi UE nasconde approcci nazionali molto diversi. Cinque dei sei firmatari – Germania, Italia, Austria, Spagna e Portogallo – avevano già avanzato una richiesta sulla tassazione degli extraprofitti alla Commissione europea ad aprile. La Polonia si è aggiunta con la nuova lettera inviata il 22 agosto che ha l’obiettivo comune di valutare un meccanismo europeo capace di intercettare una parte degli utili straordinari generati dalla crisi energetica, con particolare attenzione anche ai profitti realizzati all’estero dalle grandi multinazionali petrolifere.

La convergenza, tuttavia, si ferma in larga parte al livello europeo. Quando si passa alle misure nazionali, le posizioni dei sei governi divergono sensibilmente. La Germania è uno dei casi più evidenti. Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil, leader della SPD, è tra i principali sostenitori della proposta e ha più volte sostenuto che le compagnie petrolifere non dovrebbero poter trattenere integralmente i profitti eccezionali generati dalla crisi.

La posizione di Klingbeil non coincide però con quella dell’intero governo guidato da Friedrich Merz. La ministra dell’Economia Katherina Reiche, esponente della CDU, si è mostrata contraria all’introduzione di una tassa sugli extraprofitti, mentre la SPD continua a sostenerla. Anche i Verdi, all’opposizione, chiedono un prelievo sugli utili straordinari del settore petrolifero.

Berlino ha finora fatto ricorso soprattutto ad altri strumenti per contrastare l’aumento dei prezzi dei carburanti, dalla maggiore sorveglianza del mercato a misure temporanee di riduzione della pressione fiscale.

La richiesta di una cornice europea consente quindi al governo tedesco di sostenere la necessità di un intervento senza dover sciogliere immediatamente le divergenze interne alla coalizione CDU-SPD su una tassa nazionale.

Una situazione per certi versi simile si registra in Italia. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva già sostenuto l’iniziativa europea in primavera e ha aderito anche alla nuova lettera dei sei. Roma sostiene che un intervento coordinato a livello UE consentirebbe di ridurre il rischio di distorsioni competitive tra imprese con sede o attività in diversi Stati membri. Sul piano interno, però, la maggioranza non dispone di una posizione unitaria. Forza Italia è apertamente contraria a una nuova tassa nazionale sugli extraprofitti. Il vicepremier Antonio Tajani ha più volte contestato la stessa definizione di “extraprofitto” e ha indicato come preferibile un contributo concordato con le compagnie petrolifere piuttosto che un’imposizione straordinaria.

La Lega ha invece mostrato maggiore disponibilità a intervenire sugli utili delle società energetiche, mentre Palazzo Chigi continua a valutare strumenti alternativi e aiuti mirati alle categorie maggiormente colpite dal caro-carburanti.

La posizione italiana ha aperto anche un fronte con l’opposizione. Il Partito democratico accusa il governo di chiedere una soluzione a Bruxelles pur disponendo già della possibilità di intervenire sul piano nazionale, come ricordato dalla stessa Commissione europea.

Più lineare appare la posizione della Spagna. Madrid aveva già aderito alla prima iniziativa dei cinque Paesi e continua a sostenere la necessità di un meccanismo coordinato a livello europeo. Il governo spagnolo considera una risposta comune preferibile a una successione di interventi nazionali, soprattutto perché le principali compagnie petrolifere operano contemporaneamente in diversi mercati europei.

Madrid insiste inoltre sulla necessità di evitare che il nuovo strumento riproduca semplicemente il contributo di solidarietà introdotto dall’UE nel 2022. Tra le questioni poste dai sei Paesi figura, infatti, anche la possibilità di tassare in maniera più efficace gli utili realizzati all’estero dalle multinazionali del settore. La Spagna ha parallelamente adottato misure nazionali per contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi energetici, comprese agevolazioni temporanee sui carburanti.

Il Portogallo è tra i Paesi che hanno compiuto i passi più concreti verso un intervento interno. Lisbona aveva già partecipato all’iniziativa di aprile e a fine luglio il governo ha presentato un progetto per introdurre un prelievo nazionale sugli utili eccezionali delle compagnie petrolifere. Le entrate dovrebbero contribuire al finanziamento degli aiuti destinati alle famiglie e ai settori maggiormente colpiti dal rincaro dei carburanti.

Il sostegno alla soluzione europea non sostituisce quindi l’iniziativa nazionale. Nella posizione portoghese i due livelli sono considerati complementari: una cornice comune dovrebbe soprattutto limitare il rischio di arbitraggi fiscali e di spostamento dei profitti tra giurisdizioni.

Tra i sei firmatari, il Portogallo è dunque uno dei Paesi nei quali la richiesta avanzata a Bruxelles trova la maggiore corrispondenza nelle politiche interne.

Anche l’Austria aveva firmato la prima lettera alla Commissione. Il ministro delle Finanze Markus Marterbauer sostiene che un intervento sui profitti eccezionali possa essere più efficace di ulteriori riduzioni generalizzate della tassazione sui carburanti. Vienna ha infatti utilizzato nel corso della crisi anche misure fiscali per calmierare i prezzi alla pompa, ma il ministero delle Finanze ritiene che il margine per ottenere ulteriori riduzioni attraverso questi strumenti sia ormai limitato.

All’interno del governo rimane tuttavia una maggiore cautela sulla possibilità che misure eccezionali diventino permanenti. Il ministro dell’Economia Wolfgang Hattmannsdorfer, dell’ÖVP, ha sottolineato che gli interventi pubblici sui prezzi devono rimanere circoscritti alle fasi di emergenza. L’Austria sostiene quindi un’iniziativa europea straordinaria, mantenendo però una posizione più prudente sull’istituzionalizzazione di nuovi prelievi o controlli permanenti.

La Polonia è l’unico dei sei firmatari che non aveva partecipato alla precedente iniziativa di aprile. L’adesione di Varsavia arriva però dopo che il governo polacco aveva già lavorato durante il 2026 a un proprio meccanismo di tassazione dei margini straordinari nel settore dei carburanti.

L’obiettivo era colpire la quota di profitti superiore a una soglia considerata ordinaria e utilizzare le risorse anche per compensare le misure adottate per contenere i prezzi dei carburanti, comprese riduzioni fiscali.

, , , , , , , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *